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Baldassarre CHIAVIELLO, già dirigente scolastico e coordinatore del team dei formatori della Sagea Studi s.r.l.

Scritto da Baldassarre CHIAVIELLO on .

 

 CHE STA SUCCEDENDO AI NOSTRI BAMBINI?

 

  Frequentavo la prima elementare quando ci fu la grande nevicata del 1956. Nel salernitano, come in tanti altri territori, fu una nevicata infinita che durò per oltre un mese, con brevi intervalli.

  A distanza di decenni, nella mia mente rivedo ancora i suoni, i colori, le immagini di quell’evento naturale che ancora riecheggia come un mito nei racconti dei nostri anziani. Ricordo quel bianco invadente che entrava negli occhi, facendo scomparire ogni altro colore. Ricordo i suoni ovattati della campagna che facevano apparire tutto più lontano e più lento.

  Non andai a scuola da inizio febbraio a metà marzo. Buona parte di quelle giornate le passavo in casa con i miei genitori e con le mie sorelle, di qualche anno più grandi di me. Non furono giornate tristi, anche per la frequente presenza serale di un mio prozio, grande narratore di fiabe e di esperienze personali un po’ mitizzate. Erano narrazioni quasi sempre interattive, frammezzate da domande e da interrogativi riferite anche all’evento meteorologico che stavamo vivendo. Erano domande e interrogativi che mi aiutavano a trovare parole per descrivere quello che pensavo. Non c’erano compiti da svolgere perché la neve era arrivata improvvisamente (allora non c’erano le previsioni del tempo!), bloccando tutto.

  Di quelle giornate ricordo quasi l’allegria dei miei genitori che affrontavano sacrifici per portare avanti il piccolo allevamento che avevamo ma che erano convinti che la prossima sarebbe stata un’ottima annata di raccolti agricoli perché “sotto la neve pane”, sosteneva mia madre.

  Quell’esperienza è rimasta nella mia identità, forse l’ha anche influenzata, tanto che, a distanza di decenni, la neve mi mette ancora allegria. Forse perché quell’esperienza io l’ho vissuta in modo leggero e forse anche perché non l’ho mai associata ad obblighi ed a scadenze.

  Da tempo non ripensavo a questa mia lontana esperienza; l’ho fatto in questi giorni di epidemia e mi sono di nuovo ritrovato a cercare parole per capirla, a volte anche a rintracciare la radice etimologica dei termini che riempiono i notiziari televisivi.

  Ed ho pensato a come la stanno vivendo i nostri bambini questa esperienza che, ovviamente, è molto più complessa e dolorosa, anche se pure quella portò disagi e sofferenze in tante famiglie.

Che succede nelle famiglie, quali sono le relazioni, linguistiche ed emotive, tra genitori e figli, come si parla di quello che sta avvenendo, come si traducono in “lessico familiare” linformazioni che arrivano nelle case, come vengono raccontati ai bambini i terribili dati che ci sconvolgono?

  E come si pongono i genitori rispetto ai figli? Ne ascoltano i dubbi, le preoccupazioni, le paure? E quali comportamenti, quali atteggiamenti utilizzano per rassicurarli, per aiutarli a capire e a dare un senso, seppure “ingenuo”, a quello che sta avvenendo.

  Il mio nipotino di otto anni definisce “preoccupatorio” il notiziario e chiede di spegnere la televisione, a conferma che i bambini stanno vivendo questa esperienza con ansia e preoccupazione. 

  E’ un’esperienza che lascerà un segno indelebile nell’identità dei nostri bambini, certamente la ricorderanno per tutta la vita, e chissà quante volte la utilizzeranno come parametro di riferimento per interpretare altre esperienze ed altre emozioniQuella che stiamo vivendo sarà, probabilmente, un’esperienza associata alla paura, alla preoccupazione, all’ansia, tutti sentimenti che possono incidere negativamente sull’equilibrio emotivo degli individui. A meno che questi sentimenti non siano elaborati attraverso parole, dialoghi, atteggiamenti, comportamenti, relazioni, in grado di far capire, di rassicuraredi accompagnare, di dare senso.

  Se è questa la condizione che vivono i nostri bambini, dobbiamo chiederci, allora, se basta una “didattica a distanza” fatta di argomenti da affrontare e di esercitazioni da svolgere o i bambini, in questa esperienza che stanno vivendo hanno, prima di tuttobisogno di orientamento, cioè di essere guidati a capire, a dare senso a quello che sta succedendo, a trovare le parole adatte per viverla in modo non traumatico.

  E’ certamente encomiabile il lavoro che stanno facendo i nostri docenti, impegnati a trovare nuove strategie per continuare l’attività didattica. Ma a distanza è difficile dialogare con i propri alunni, è difficile creare quell’ambiente educativo che sollecita ed accompagna l’apprendimento. Un apprendimento che avviene in modo proficuo proprio quando, insieme a quella cognitivasono coinvolte anche le dimensionemotiva, affettiva e relazionale della personalità infantile.

  Anche le scuole più attrezzate che utilizzano le videoconferenze per creare classi virtuali riescono ad attivare solo un’interazione verbale con i propri alunni, riferita essenzialmente agli argomenti di studio da affrontare. E, invece, la disponibilità ad imparare è fortemente influenzata dalla sicurezza emotiva, dalla convivialità relazionale, dall’appartenenza ad una comunità di apprendimento, tutte dimensioni che è possibile coltivare solo in aula, non a distanza. Sono queste le dimensioni che fanno della scuola un ambiente specializzato per promuovere l’apprendimento e lo sviluppo individuale. Nell’attesa della riapertura delle scuole che, forse, i genitori stanno imparando ad apprezzare proprio adesso che sono chiuse, oltre alle attività relative agli argomenti di studio da affrontare, sarebbe utile rafforzare i canali di dialogo tra docenti ed alunni. Un dialogo non riferito solo alle conoscenze da acquisire ma anche a quel mondo di emozioni e di sentimenti che stanno vivendo i nostri bambini, per aiutarli a parlarne ed a capirlo meglio.

  E, forse, in questa vicenda anche i genitori avrebbero bisogno di essere orientati su come interagire con i propri figli, perché in questo periodo sostituiscono un po’ quello che fa ordinariamente la scuola. Un semplice decalogo predisposto da ogni istituto, magari estraendolo dal Piano dell’Offerta Formativa, potrebbe rappresentare uno strumento di riferimento utile per i genitori, con poche e semplici indicazioni da utilizzare nel rapporto con i propri figli.                                                                    Un decalogo in cui io metterei, per esempio, almeno queste semplici indicazioni.  

a) Meglio parlare con i figli di quello che sta succedendo, invece di nasconderlo.

  E’ necessario parlare dell’epidemia in corso tutte le volte che è necessariomagari facendo ricorso, soprattutto per i più piccoli, a semplici fiabe in cui agiscono personaggi buoni e cattivi, con i buoni che, prima o poi, sapranno vincere.

b) Nell’interazione linguistica con i figli si può utilizzare la narrazione interattiva.

  Si tratta di raccontare storie, fiabe, avvenimenti, soprattutto esperienze personaligià vissute, fermandosi nei passaggi più significativi per porre domande e interrogativi che catturano l’attenzioneraccordando i fili della narrazione ed aiutandi bambini a cogliere il senso del racconto e dell’esperienza.

cLa congruenza tra comunicazione verbale e non verbale è fondamentale.

  Bisogna evitare che le parole usate con i bambini per rassicurarli siano contraddette dagli atteggiamenti, dai comportamenti, dalla mimica, dalla gestualità. Parlare tra adulti con preoccupazione della pandemia (magari evitando che i bambini possano ascoltare), accendere continuamente la tv per ascoltare notizie, non impegnarsi in attività ordinarie, esprime ansia e preoccupazione, al di là delle parole che si possono utilizzare.

dRaccontarsi per sollecitare i bambini a raccontare.

  Per far venir fuori ansie e paure dei bambini è meglio partire dal racconto (ovviamente semplificato) delle proprie ansie e delle proprie paure. Cercare parole per raccontarle aiuta noi stessi a dominarle e il nostro raccontare traccia sentieri che i bambini imparano progressivamente a percorrereper raccontare (ed elaborare) le proprie.

e) La funzione di modello di comportamento è essenziale.

  Per impegnare i figli a leggere ed a studiare ed a “smetterla di guardare sempre la televisione, meglio porsi come modello che ammonire o vietareLeggere, evitare di utilizzare continuamente il cellulare, seguire solo alcuni programmi televisivi, magari spiegandone il motivo, sono tutte azioni utili che i bambini imiteranno progressivamente perché fanno emergere la forza del modello di coerenza tra linguaggio verbale e quello non verbale.

f) Aiutare i bambini a scoprire la manualità.

  Le mani sono come le parole, sono protesi del pensiero perché consentono di realizzarlo, di metterlo in pratica. E come le parole sono straordinari strumenti per interiorizzare e concettualizzare l’esperienza perché la manipolazione aiuta i bambini a cogliere le proprietà degli oggetti e dei materiali. Questo tempo “vuoto” che, a volte, annoia i bambini può essere utilizzato proprio per scoprire il valore ed il piacere della manualità. Ed anche in questo senso i genitori possono proporsi come efficaci modelli di riferimento e come compagni di costruzione e di manipolazione.