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Da scuola di Stato a scuola di governo!

Scritto da Baldassarre CHIAVIELLO on .

baldassarre-chiaviello1Il Piano scuola

del Governo Renzi.

Il parere di un

dirigente scolastico.

 

 

            DA SCUOLA DI STATO A SCUOLA DI GOVERNO!

         E’ questa la sensazione che avverto, come  dirigente scolastico in pensione da due anni, leggendo il disegno di legge sulla scuola che circola da qualche giorno.             

         Perché in esso emerge un modello di scuola dominato da una figura di dirigente  non più impegnato a garantire la gestione unitaria dell’istituto, in uno sforzo quotidiano per ricondurre ad unitarietà la molteplicità delle differenze presenti in un sistema complesso qual è un istituto scolastico.

         Un d.s. non più impegnato ad alimentare un clima di corresponsabilità diffusa, a far crescere una cultura dell’autonomia intesa come modello educativo e di comportamento per tutti. Ma un d.s. che sceglie, valuta, premia,  in una sorta di nuovo modello di scuola non più di stato ma di governo in cui egli stesso è scelto, valutato,premiato.                                                                                                                              

         Più che una figura autorevole capace di confrontarsi, di dar conto, di motivare, di promuovere lo sviluppo di una comunità professionale ed umana, dal disegno di legge sembra emergere una figura dirigenziale come emanazione di un potere politico che richiede adesione all’ideologia dell’efficientismo più che ai grandi valori costituzionali che qualificano la nostra democrazia.                                                                                                                   

         A me pare, invece, che  si debba valorizzare e rafforzare la funzione  della scuola come contesto per la formazione democratica  delle nuove generazioni.                                                                                                  Quale sarà d’ora in poi il modello di formazione su cui la scuola sarà chiamata a sviluppare il proprio impegno educativo?                                                                                                                                                      

         Quello dell’efficientismo e della discrezionalità o quello del confronto, della condivisione di una missione educativa  intesa come mediazione culturale, come dialogo fra generazioni, fra saperi, fra punti di vista, fra le tante  differenze che rappresentano straordinarie ricchezze dei contesti educativi?                                                                                       

         Sono spaventato dall’idea che negli istituti scolastici potrebbe non esserci più spazio per il confronto, la discussione, per il conflitto che fa crescere perché impegna chi lo vive a motivare le proprie posizioni ed a prenderne coscienza. Come sono spaventato dall’idea che la figura del d.s. , come emerge nel disegno di legge, possa diventare un modello culturale   di riferimento, facendo crescere nella comunità scolastica atteggiamenti e comportamenti che si ispirano al suo potere discrezionale, al suo decisionismo.

         E’ un disegno di legge che ritiene di poter semplificare un sistema che semplice e lineare non è e non potrà mai diventarlo, a meno che non si voglia mortificare e marginalizzare la stessa funzione educativa dei docenti. Non lo è perché  nel sistema scolastico è presente ed agisce una pluralità di soggetti e di punti di vista che hanno bisogno di interagire continuamente per condividere e realizzare un progetto educativo di qualità. Non può essere l’azione solitaria del  d.s. ad  innescare processi di miglioramento perché il miglioramento della qualità dell’azione educativa è ricerca quotidiana   per  tutti, è  impegno  a individuare  sentieri  culturali   e professionali da percorrere;   è  sforzo  per affrontare criticità, per accompagnare individui, aiutandoli a scoprire il mondo ed a condividere  i linguaggi e i saperi che lo caratterizzano.                                                                                                                               

         Un sistema scolastico così ricco ed articolato non potrà mai diventare lineare, non potrà mai essere gestito in modo verticistico. Se così diventasse si mortificherebbero sensibilità, professionalità, competenze culturali e motivazioni indispensabili a far crescere proprio quella cultura dell’autonomia da potenziare con l’obiettivo di  migliorare il nostro sistema scolastico.                                                                                                                                                               

         Leggendo il testo del disegno di legge emerge un quadro indubbiamente coerente con questa nuova visione governativa di un sistema scolastico da dirigere in modo lineare e verticistico, secondo una logica che è esattamente contraria a quella dell’autonomia che richiede, invece, la disponibilità ad assumersi responsabilità da parte di tutti, a fare ognuno la propria parte nel modo più efficace possibile.                                                                                                                                                                         

         Nel disegno di legge del Governo è previsto che il Piano dell’Offerta Formativa non sarà più elaborato dal Collegio dei docenti ed adottato dal Consiglio di Istituto attraverso un processo di ascolto e di reciprocità per individuare  i bisogni formativi degli alunni e per elaborare una missione educativa condivisa all’interno  della comunità scolastica e nel rapporto con il territorio, finalizzata a soddisfare quei bisogni.

         Nel nuovo modello di scuola che si vuole introdurre sarà il d.s. ad elaborare il POF “sentito il Collegio dei docenti ed il Consiglio di Istituto”. Gli Organi Collegiali, in particolare il Collegio dei docenti, saranno in tal modo collocati ai margini di un processo di elaborazione di quel progetto educativo che dovrà poi essere realizzato proprio dai docenti. Ma lo sa questo Governo che un percorso educativo di qualità dipende proprio dal grado di condivisione del progetto educativo che lo ispira, dal sentirsi tutti parte di un’impresa comune da realizzare? Con la marginalizzazione dei docenti nell’ambito dell’elaborazione del progetto educativo verranno svalutate  le migliori intelligenze, le migliori competenze professionali che andrebbero, invece, valorizzate per migliorare realmente la qualità dell’azione educativa e didattica di ogni singolo istituto.

         E in questo processo non basterà scegliersi e retribuire qualche collaboratore perché sono le interazioni, le reciprocità, il confronto, la discussione che consentono di costruire percorsi di lavoro in cui tutti poi si ritrovano.                                                                                                                                                         

         La stessa libertà di insegnamento, costituzionalmente  garantita, ha sempre rappresentato nel nostro sistema scolastico  una grande ricchezza da tutelare per sconfiggere dogmatismi ed intolleranze, per valorizzare la forza democratica del pluralismo e la cultura del confronto. Avverrà  ancora così quando sarà il d.s. a conferire gli incarichi di docenza, a valutare ed a premiare i docenti da lui ritenuti meritevoli?

         Questi poteri assegnati al d.s. senza il contraddittorio della collegialità non potrebbero innescare un processo di adesione ideologica e di sudditanza professionale che mortificherebbe  la funzione docente che è, prima di tutto, una funzione espressione di libertà culturale da alimentare attraverso una formazione continua? 

         La stessa “Carta dei docenti” di 500 euro, da utilizzare per spese culturali, a me pare  più una sorta di mancia provvisoria  elargita dal Governo più che il riconoscimento  di un diritto, nel senso che la funzione docente non può prescindere dalla formazione continua. 

         Perché non è stata prevista la detrazione fiscale per le spese culturali in modo da rendere certo e definitivo un sostegno alla formazione personale di operatori decisivi per il futuro del paese? 

         Perché la detrazione fiscale è stata, invece, riconosciuta per le spese relative all’iscrizione a scuole paritarie?                                                     

         Anche il 5 per mille che potrà essere destinato a scuole individuate dal contribuente non potrebbe accentuare ancora di più la differenza territoriale e sociale tra scuole? Non sarebbe stato meglio prevedere la costituzione di un fondo nazionale per diffondere magari le tante buone pratiche didattiche anche negli istituti che presentano maggiori criticità?  

                                                              Baldassarre CHIAVIELLO